Malagò vs Abete: L’Assemblea della Federcalcio Vota per il Nuovo Presidente e il Futuro CT

Si apre l’urna. I blocchi si contano, i telefoni vibrano, i sussurri pesano più degli slogan. L’Assemblea della Federcalcio decide chi guiderà la casa del pallone e chi siederà in panchina: una scelta che tocca squadra, club e sentimenti di un Paese intero.

C’è attesa vera. La Assemblea della Federcalcio mette in palio la poltrona di presidente FIGC e, subito dopo, la rotta per il nuovo commissario tecnico. Le indiscrezioni di corridoio danno in vantaggio l’ex n.1 del Coni, Giovanni Malagò, ma la platea è mobile e l’aritmetica del voto pesa più delle voci. Qui ogni componente vale in modo diverso: club professionistici, mondo dilettantistico, tecnici, arbitri, calciatori. È un mosaico. E finché non si chiude l’ultima scheda, non c’è nulla di scritto.

Chi ha vissuto un’assemblea federale lo sa: badge al collo, caffè lunghi, strette di mano misurate. La sostanza, però, è semplice. Serve una guida che tenga insieme risultati sportivi, conti e credibilità. È il bivio tra due volti noti del nostro calcio: Giovanni Malagò e Giancarlo Abete.

Due visioni a confronto

Malagò porta con sé il profilo dell’organizzatore. Ha guidato il Coni, ha esperienza nelle grandi trattative e conosce le stanze dove si decidono fondi, eventi, governance. È l’idea di una Federcalcio più “manageriale”, centrata su progetti, infrastrutture, relazioni istituzionali. Piace a chi vede nel sistema un bisogno di metodo e di reti forti con Serie A e territorio.

Abete, già presidente FIGC dal 2007 al 2014, incarna continuità e memoria. Nei suoi anni, la Nazionale ha giocato una finale europea e ha vissuto, insieme, scossoni dolorosi. Il suo punto forte è la grammatica interna: conosce regolamenti, Consiglio federale, equilibri delle leghe e della base dei dilettanti. È il candidato di chi chiede stabilità e una governance meno esposta ai venti esterni.

Fin qui il perimetro. Il centro della scena arriva a metà della partita: chi vince dovrà proporre subito il nuovo CT. Per statuto, la nomina passa dal Consiglio, ma l’impronta del presidente è decisiva: profilo, mandato, tempi. Ed è qui che l’elezione smette di essere solo politica e diventa tecnica, emotiva, identitaria.

La partita del CT, subito

Cosa serve oggi alla Nazionale? Dopo l’altalena tra l’oro di Euro 2020 e le mancate qualificazioni mondiali, l’idea più solida è un tecnico capace di fare due cose insieme: valorizzare giovani pronti e dare un’identità chiara alla squadra. Niente alchimie. Niente promesse facili. Un commissario che accetti un progetto triennale, con parametri misurabili: minutaggi dei giovani in A, standard di pressing e possesso, continuità tattica tra Under e maggiore.

È già circolata una rosa di nomi? Non ci sono liste ufficiali confermate. Il criterio, però, si intuisce. O un italiano con esperienza europea recente e forte reputazione nello spogliatoio. Oppure un profilo “formatore” capace di federare i club e portare su la nuova generazione. In passato ha funzionato quando la scelta è stata netta e rapida: Abete con Prandelli nel 2010, Tavecchio con Conte nel 2014, Gravina con Mancini nel 2018. Tempismo e mandato chiaro hanno fatto la differenza.

Sul tavolo ci sono anche vincoli concreti: budget, staff, disponibilità dei club per stage e finestre extra. L’ingaggio del commissario tecnico non è un dettaglio: parliamo di investimenti pesanti e di staff numerosi, tra match analyst e preparatori. Senza accordi pratici, le idee restano slogan.

Alla fine, questa elezione è una questione di fiducia più che di tifo. Preferiamo una Federcalcio che costruisce ponti o che stringe i bulloni? Un presidente che parla al Paese o che parla al sistema? Mentre le schede cadono nell’urna, torna una scena semplice: un bambino che disegna il tricolore sul diario. A chi affideremmo quel disegno, oggi? La risposta vale più di un programma elettorale. Perché da lì riparte il nostro calcio.