McEnroe a Sinner: ‘B+ non basta per vincere’, l’analisi dell’ex campione sul torneo dell’azzurro

Una pagella sul tavolo, un B+ cerchiato in rosso, e l’Italia con il respiro sospeso: John McEnroe guarda Jannik Sinner in semifinale e dice che “così non basta”. È un richiamo, non una sentenza. È il suono del gesso prima dell’ultimo compito in classe.

Il messaggio è chiaro: fin qui bene, ma per alzare il trofeo serve l’asticella più alta. L’ex numero uno, 7 Slam in singolare e una vita spesa dentro la pressione, ha dato un voto: B+. Non è provocazione. È un termometro. Dice che Sinner sta giocando “bene”, ma non “al meglio”. E a questo livello la differenza tra i due avverbi decide un torneo.

L’azzurro è in corsa e ha centrato l’obiettivo minimo, la penultima fermata. I segnali? Solidità nei turni importanti, lucidità nei game di scambio, qualche variazione in più con la palla corta. Ma c’è anche altro: momenti in cui il ritmo si accorcia, prime meno incisive, pochi punti gratis col servizio quando la tensione sale. Piccole crepe. Basta una spifferata, in queste settimane, per far passare aria fredda.

Cosa significa davvero “B+” per un campione

Nel linguaggio di McEnroe, B+ vuol dire questo: la base c’è, l’impianto regge, ma i dettagli non cantano ancora all’unisono. Per vincere, serve un “A-” che diventa “A” nei tre o quattro momenti che contano. In pratica: più prime dentro quando scotta, risposta profonda sui 30-30, gestione del dritto in spinta senza regalare, scelta del tempo per venire a rete. Non teoria. Pratica da partita vera.

McEnroe conosce il copione. Sa cosa richiede un finale di torneo: il coraggio di tenere la palla un secondo di più e, insieme, la sfrontatezza di chiuderla un colpo prima. Sinner lo ha già fatto. Nel 2024 ha vinto l’Australian Open rimontando da 0-2 in finale. Ha conquistato due Masters 1000 tra Toronto e Miami. È diventato numero 1. Non sono medaglie nel cassetto. Sono prove di maturità sotto i riflettori.

Dove alzare l’asticella, subito

Due cose risolvono spesso l’equazione. La prima: il servizio come scudo e come martello. Quando entra con costanza, il resto del gioco si fa largo da solo. La seconda: la risposta che rimette la palla sui piedi dell’avversario e gli toglie il primo colpo comodo. Sinner, nei suoi periodi migliori, ha vinto tanti punti “corti” proprio così, togliendo aria e tempo. È lì che oggi può strappare quel mezzo voto in più.

C’è poi la tenuta nelle fasi di stallo. I match del torneo hanno mostrato una versione efficace ma meno travolgente rispetto ai picchi visti nei 1000: lo dicono ritmo e linguaggio del corpo, più ancora delle statistiche. Non è un demerito. È la fotografia di una settimana lunga, in cui la forma oscilla e la mente pesa.

Alla fine, “B+” è una sveglia. Non un marchio. McEnroe, con la sua franchezza, ricorda che il tennis d’élite premia chi sa scegliere il colpo giusto al momento giusto. Sinner lo ha imparato sulla pelle e nei palazzetti pieni. La domanda, ora, è semplice e umana: riuscirà a trasformare quel più in un voto pieno proprio quando il silenzio è più fitto? L’ultima riga del compito non è scritta. La penna è già in mano.