Una rincorsa ritrovata a Wimbledon, un lampo di fiducia. Poi il corpo che chiede ancora tregua: il tennis, a volte, è un filo teso tra slancio e pazienza.
C’era aria buona attorno a Matteo Berrettini dopo Wimbledon. Il servizio di nuovo morbido e cattivo, il dritto che apre corridoi, la voglia di stare in campo. Molti hanno pensato: adesso si riparte, con calma, ma si riparte. Perché Matteo questo sport lo fa sembrare semplice quando tutto gira.
La verità, però, è che il suo percorso recente è un saliscendi. Negli ultimi anni ha alternato grandi settimane a stop forzati. Problemi muscolari, uno stop alla caviglia a New York, mesi lontano dal tour. Una trama già vista, che non toglie nulla al talento ma pesa sul passo quotidiano.
E oggi è arrivata la notizia che nessuno voleva: nuovo infortunio. Un fastidio all’anca lo costringe a fermarsi. Lo ha comunicato sui suoi canali social, senza giri di parole. Risultato: niente Gstaad e niente Kitzbühel. Due eventi ATP 250 di metà estate, su terra, in altura. Gstaad si gioca a circa 1.050 metri, Kitzbühel attorno ai 760: condizioni che rallentano la palla, allungano gli scambi, mettono a dura prova le rotazioni del busto. Proprio quelle che un’anca sofferente teme.
L’anca è il cardine. Da lì parte la spinta sul servizio, da lì nasce il peso sul dritto. In difesa, l’anca guida gli scivolamenti sulla terra e i cambi di direzione improvvisi. Se c’è dolore, il corpo si protegge: si perde velocità, si irrigidisce il timing, aumenta il rischio di compensi. Una forzatura oggi può voler dire settimane saltate domani. Non ci sono tempi di recupero ufficiali comunicati; l’unica certezza è che la prudenza, adesso, è una scelta tecnica oltre che medica.
E fa male anche perché questa finestra avrebbe potuto consolidare le buone sensazioni del London swing. Berrettini su terra sa stare: ha vinto a Belgrado nel 2021, ha gioco pesante, sa aprire il campo con lo slice di rovescio e chiudere con la prima oltre i 220 km/h quando serve dare respiro allo scambio. Ma il calendario non guarda in faccia nessuno. Il tour corre.
Saltando Gstaad e Kitzbühel, Matteo perde minuti veri in partita e la chance di incassare punti e ritmo su un terreno “protettivo” per rientrare graduale. All’orizzonte ci sono i campi duri nordamericani, con l’US Open a fine agosto. Il passaggio dalla terra alla cemento richiede carichi specifici e, con un’anca da trattare, il programma si complica. Non sappiamo se l’obiettivo sia rientrare per il primo Masters della tournée o aspettare New York: al momento non ci sono indicazioni ufficiali. Conta solo arrivarci intero.
Qui entra in campo lo staff. Terapie mirate, lavoro di core e anche, progressione controllata, ascolto dei segnali. Non è la parte più televisiva del tennis, ma è quella che fa la differenza tra una comparsata e una stagione.
Intanto, a casa, i tifosi fanno quello che sanno fare: rimettono in fila le speranze. Ripensano alle giornate d’erba in cui sembrava che il campo fosse un tappeto steso apposta per lui. E aspettano. Perché ogni volta che rientra, Berrettini porta con sé la promessa di un colpo che vibra nell’aria come una buona notizia. Quanto manca, davvero, a quel momento in cui il corpo dice di nuovo sì?