Raducanu Crolla a Londra: Vekic Trionfa da Lucky Loser al Torneo del Queen’s

Erba bagnata di adrenalina, pubblico in apnea, un finale che scivola via come una palla corta sbagliata: a Londra, al Queen’s, Emma Raducanu vede il traguardo e poi lo perde d’un soffio. Donna Vekic, da “lucky loser”, trasforma il ripescaggio in un trionfo senza precedenti per la sua settimana.

La partita: equilibrio spezzato al momento decisivo

Raducanu parte bene. Spinge, varia, strappa applausi al pubblico di casa. La sensazione è che il ritmo sia quello giusto, quello che l’ha portata a farsi amare oltre i confini della Gran Bretagna. Nel secondo set tocca il picco emotivo: avanti 5-2, un passo dal prolungare la sfida e cambiare l’inerzia. Poi il buio. Il controbreak, i centimetri che mancano, l’inerzia che gira. Nel tie-break si vede l’altra faccia del tennis: il braccio si fa corto, le gambe pesano, la mente si riempie di rumore. Qui entra Vekic.

La croata non fa fuochi d’artificio

Fa la cosa più difficile quando l’aria brucia: resta semplice. Prime sicure, traiettorie pulite, zero isterie. Lo si era già visto in altre sue campagne sull’erba: titolo a Nottingham nel 2017, finale a Berlino nel 2023. A Londra, al WTA 500 del Queen’s, aggiunge un tassello ancora più raro: vincere da lucky loser. Nel circuito WTA capita pochissime volte. Serve lucidità, una forma in crescendo e la capacità di vivere ogni match come un’occasione unica. Vekic ha mostrato tutto questo, proprio quando Raducanu ha perso l’appoggio sotto i piedi.

Non c’è bisogno di esagerare: Emma non si è spenta dal nulla. Viene da mesi di ricostruzione, dopo interventi a entrambi i polsi e alla caviglia sinistra nel 2023. Ha solo 21 anni, un titolo Slam già in bacheca e un rapporto speciale con Londra. Ma oggi, in una finale carica di attese, ha pagato caro ogni esitazione. Il margine tra il volo e la caduta, sull’erba, è sottilissimo.

Cosa resta a Raducanu e cosa racconta Vekic

Per Raducanu restano due cose. La prima è un percorso tecnico chiaro: la prima di servizio deve diventare un rifugio, non un interrogativo; la risposta, specie sulla seconda altrui, una firma riconoscibile. La seconda è mentale: gestire il “qui e ora” quando il tabellone dice che basterebbe poco. Qui Emma ha margine. E il pubblico lo sente: nella spinta che arriva dagli spalti c’è fiducia, non solo aspettativa.

Per Vekic, questo titolo è un segnale forte

Non è una sorpresa spuntata dal nulla. È il coronamento di una maturità agonistica che le ha dato continuità, una classifica stabile nelle prime 30 e la consapevolezza di poter gestire i finali tesi. Il fatto che sia arrivata da “ripescata” al tabellone principale aggiunge colore, non toglie sostanza: per tutta la settimana ha spinto con misura, letto bene i momenti, accettato lo scambio in diagonale senza fretta, trovato coraggio quando contava.

Manca il dettaglio del punteggio finale: non è stato comunicato in via ufficiale mentre scriviamo, e preferiamo non inventarlo. Il punto, però, è un altro. A pochi giorni da Wimbledon, Londra ha raccontato due storie che si toccano: una campionessa di casa che sta imparando a convivere con il peso delle proprie aspettative, e una tennista matura che trasforma una porta socchiusa in un ingresso principale. Su un prato così corto, dove ogni rimbalzo è un giudizio, può bastare un istante per cambiare trama. Quante volte, guardando un tie-break, abbiamo avuto la sensazione che il tempo accelerasse? Oggi è successo ancora. E domani, su quell’erba, chi avrà il coraggio di restare fermo mentre tutto corre?