Un compleanno lontano dai riflettori, qualche foto di famiglia, un dettaglio che fa rumore: la maschera d’ossigeno. Intorno a Carlos Alcaraz, più che notizie, oggi circolano domande
Il numero 2 del mondo, Carlos Alcaraz, ha scelto il silenzio. Poche immagini dalla sua Murcia, sorrisi domestici, nessuna racchetta in mano. È un compleanno atipico, di quelli che allungano l’ombra e stringono il tempo. La diagnosi ufficiale del problema non c’è. Si parla di tenosinovite al polso destro, ma senza conferme. E in assenza di certezze, l’unica bussola diventa la prudenza.

Ha imboccato la via della terapia conservativa. Tradotto: niente colpi violenti, tanta fisioterapia, lavoro controllato, riposo vero. In mezzo, affetti e piccole apparizioni: la festa del padre, l’orgoglio per il fratello all’Under 16 di Madrid, la passerella ai Laureus Awards. Segnali di normalità, mentre il circuito corre.
Cosa sappiamo? Di ufficiale, poco. La tenosinovite è un’infiammazione delle guaine che avvolgono i tendini: dolore, rigidità, fastidio nei movimenti rapidi. Nel tennis, il polso destro è un crocevia. I tempi? Variabili. Possono bastare poche settimane, oppure servire più tempo, a seconda del carico e dei sintomi. Qui non ci sono numeri certi comunicati dal team: niente countdown, nessuna data promessa.
E poi c’è quella foto con la maschera d’ossigeno. Ha spaventato i tifosi, com’è comprensibile. Ma non c’è di che preoccuparsi. Maschera non significa emergenza: nella preparazione d’élite è un tassello abbastanza comune.
Che sia ossigenoterapia in ambiente controllato, sedute in camera iperbarica o protocolli di “exercise with oxygen”, l’obiettivo è simile: migliorare l’apporto di ossigeno ai tessuti, sostenere il recupero dopo i carichi, ottimizzare la percezione della fatica. L’evidenza sui benefici è in crescita ma non miracolistica; soprattutto, parliamo di metodi regolamentari, usati da anni in vari sport. In breve: nessun campanello d’allarme di per sé.
Queen’s nel mirino, Wimbledon nell’orizzonte
Il piano, sulla carta, è tornare al Queen’s, dove lo spagnolo è campione in carica, e arrivare al meglio a Wimbledon. L’erba chiede riflessi corti e polsi leggeri: bisogna arrivarci sciolti. Qui, però, entra la realtà. Se la preparazione piena non è ancora partita, la priorità diventa evitare ricadute che brucerebbero mezza stagione. A volte il vero azzardo è rientrare un attimo prima. Una settimana in più oggi vale un mese di serenità domani.
C’è un dettaglio che colpisce più di tutto il resto. Mentre il circuito si consuma tra viaggi e tie-break, Alcaraz rallenta e torna a casa. È un’immagine sobria, quasi controcorrente per un numero 2 ATP. Ma chi conosce la sua corsa sa che la velocità non è solo questione di gambe: è saper aspettare il colpo giusto.
Come sta, dunque? Sta nel mezzo di un recupero ragionato. Nessuna diagnosi definitiva resa pubblica, segnali incoraggianti dal lavoro accessorio, un obiettivo chiaro sull’erba di Londra, e la libertà – conquistata – di non forzare. I