Calcio e Inclusione Sociale: La Tavola Rotonda della Lega Pro all’Università di Modena e Reggio Emilia

Una sala universitaria piena, voci diverse, lo stesso obiettivo: capire come il calcio possa diventare un ascensore sociale vero, non uno slogan. Alla Università di Modena e Reggio Emilia, la Lega Pro ha messo attorno a un tavolo studenti, docenti e dirigenti. Toni concreti, poche frasi fatte. E una convinzione che resta addosso: l’inclusione è un lavoro quotidiano, non un post sui social.

C’è un dettaglio che colpisce subito. La Serie C tocca il Paese in profondità: 60 club, tre gironi, stadi di provincia dove la partita è anche presidio civico. Non è retorica. Ogni weekend migliaia di persone si incontrano attorno a una maglia e a un luogo. Qui, la parola inclusione sociale non è astratta. È relazione, regole, piccoli gesti che fanno la differenza per chi si sente ai margini.

In Ateneo, il clima è quello giusto: domande dirette, esempi pratici, pochi giri di parole. Matteo Marani, presidente di Lega Pro, lo riassume così: “Bene diffondere questa cultura”. Sembra ovvio, ma non lo è. Cultura vuol dire formare steward a riconoscere una fragilità, organizzare settori accessibili, moderare il linguaggio, lavorare con scuole e terzo settore. Vuol dire misurare i risultati, non solo raccontarli.

Perché la Serie C è un laboratorio di inclusione

Lo si vede dalle priorità. La C è piena di under, di tecnici che fanno anche gli educatori, di società che vivono nel quartiere. Qui l’accessibilità di uno stadio o un progetto nelle scuole cambiano davvero il clima di una comunità. Un dirigente ha portato un dato semplice ma rotondo: la maggior parte dei club lavora con le scuole da anni, spesso con staff minimo e budget stretti. Non è beneficenza, è metodo. Chi frequenta i campi lo sa: ridurre le barriere per le persone con disabilità, aprire il dialogo con i tifosi, costruire spazi sicuri per le famiglie, previene conflitti e allarga la partecipazione.

Il punto centrale arriva a metà incontro, quasi per accumulo. Non bastano iniziative spot. Serve una regia. Dal confronto emerge l’idea – condivisa da più voci – di una rete stabile tra atenei e club, con obiettivi chiari su tre fronti: formazione (per dirigenti, steward, allenatori), tracciamento dei risultati (presenze, coinvolgimento femminile e giovanile, ritorno sociale), e nuove competenze (studenti in tirocinio sui progetti di pari opportunità e contrasto alla povertà educativa). Nessuna promessa vuota: si è parlato di tempi, di criteri, di come rendere questi progressi visibili ai territori.

Dal campus ai quartieri: azioni che restano

Gli esempi concreti non mancano. Biglietterie più semplici per chi accompagna persone fragili. Settori dedicati, percorsi tattili, servizi igienici adeguati. Incontri nelle scuole sul tema del linguaggio nello sport. E ancora: laboratori misti tra calciatori delle giovanili e associazioni locali, giornate “porte aperte” per far conoscere lo stadio come bene comune. Non c’è glamour, c’è artigianato sociale. Funziona perché parla al vissuto: al genitore che cerca un posto sereno per il figlio, all’anziano che torna allo stadio dopo anni, a chi non si è mai sentito “del gruppo”.

A me, in queste ore, torna un’immagine semplice: una palla che gira in un cortile, quattro ragazzi che non si conoscono e in dieci minuti diventano squadra. È l’ABC del calcio, ma è anche il suo orizzonte più grande. L’inclusione non è un capitolo a parte: è la grammatica del gioco quando le regole sono chiare e tutti possono toccare il pallone.

Non abbiamo numeri miracolosi da sbandierare oggi, e va bene così. Abbiamo però una direzione. L’università come bussola, i club come officine, i tifosi come comunità vigile. La domanda allora è questa: la prossima volta che entreremo in uno stadio di C, sapremo riconoscere i segni di una città più aperta? Forse basterà ascoltare: dove il coro si allarga, lì qualcosa sta cambiando davvero.