CORRIERE DELLO SPORT. Conte sembra Mourinho

Dalla difesa strenua della squadra all’orgoglio di essere «contro» e come faceva José, ieri ha mandato in conferenza stampa il vice. Come il portoghese, anche il bianconero è isolato all’esterno ma amato dai propri tifosi Aspettando i successi.
 
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Sensibilità, indubbiamente: Angelo Alessio siederà in panchina a Marassi, quindi è giusto che presenti lui la partita. Dietro la scelta di delegare il vice, disertando la conferenza stampa, incidono però anche la rabbia e soprattutto l’amarezza di Antonio Conte: la squalifica lo ferisce perché giura di non aver detto nulla al quartouomo e perché malcomprende il diverso trattamento riservato ad altri colleghi: allontanati a loro volta dal campo, eppure solo ammoniti con diffida.  Al di là del retroscena, la scelta del tecnico bianconero cementa le convinzioni di chi lo accosta a José Mourinho: i “secondi” in conferenza stampa non rappresentano una novità, ma i precedenti per volontà e non per impedimento son rarissimi, e i primi casi che vengono in mente coinvolgono l’allenatore portoghese. Lui, addirittura, lasciò a Beppe Baresi l’analisi di una partita durante la quale era stata espulso e in più circostanze, alla vigilia, nemmeno mandò il vice, ma Cambiasso, Lucio o altri calciatori. Quasi un’abitudine, mentre per Conte è la prima volta, ma il paragone è inevitabile e soprattutto non isolato: dalla difesa strenua della propria squadra all’orgoglio d’essere antipatici, dal sentirsi accerchiati dai nemici alle proteste contro gli arbitri, i punti comuni, obiettivamente, sono molteplici. Questione di carattere e carisma, così marcati da identificare il club con il tecnico.  «Sbrighiamoci a tornare antipatici: chi vince lo è» . Lo slogan di Antonio Conte racchiude grinta, personalità e ambizione: mette in conto di non piacere a tutti ed è pronto a barattare l’impopolarità con i successi. Non teme l’invidia né le polemiche, che «ci sono perché siamo tornati a essere competitivi» . Anche José, al di là degli eccessi ( «Nemmeno Gesù piaceva a tutti» ), fa dell’antipatia una bandiera: «Io sono l’antipatico, l’arrogante, l’uomo da attaccare: se perdiamo è colpa mia, se perdiamo merito della fortuna. Mi va benissimo così perché mi piace che i giocatori si sentano protetti dal loro allenatore». Già, l’antipatia non è solo una bandiera: è anche uno scudo per difendere la squadra. Altro tratto comune, perché guai toccare i ragazzi di Conte: «Quando sento certe critiche, che non stanno né in cielo né in terra, vado su tutte le furie. Prendetevela con me, non con loro perché sono miei fratelli di sangue».  Caratteri forti, uomini abituati a lottare e per nulla intimoriti dagli attacchi concentrici. «Il rumore dei nemici non è mai stato un problema: piuttosto una sfida che mi piace» l’affermazione dello Special One. E Conte assicura: «La Juve non ha amici, si ama oppure si odia». Combattenti, tecnici che pretendono il massimo, che insegnano tattica ma soprattutto sanno motivare: «Dobbiamo mangiare l’erba, avere la bava alla bocca» le metafore predilette di Conte, addirittura cruento Mou in alcune circostanze: «Abbiamo lasciato il sangue» commentò ai tempi dell’Inter, dopo la qualificazione in Champions strappata al Barcellona.  Uomini diretti. Disposti a metterci la faccia. Schietti nel denunciare i torti arbitrali che ritengono di subire: «Hanno paura di fischiarci i rigori a favore» la recente, clamorosa esternazione di Conte, mentre su Mou c’è tutta una letteratura, dalle stilettate d’epoca nerazzurra alla Juve ( «Ha un’area lunga 25 metri» ) e al Milan ( «Può stabilire il record dei penalty in un campionato» ) all’elenco dei tredici presunti errori contro il Real Madrid esibito in sala stampa dopo la partita con il Siviglia. Uomini a volte soli contro tutti, però adorati e sostenuti dalla propria gente. Quella bianconera si fida ciecamente di Conte, convinta che il paragone con Mourinho si estenderà anche ai successi ottenuti.